Erik Olin Wright: estendere la democrazia per erodere il capitalismo

“Se non tutti sono capitalisti, allora ci sono persone che sono dominate dal capitale: quella è la classe operaia, al livello dell’analisi del capitalismo.”

Restando allo stato, Poulantzas lo descriveva come l’espressione dell’élite dominante, una riproduzione dei rapporti di forza presenti in quelli di produzione. È possibile riproporre il tema del governo come faceva la tradizione socialdemocratica europea, quando sono di fatto le élite finanziare a comandare?

Se fosse vero che lo stato non è niente di più che l’espressione del potere della classe dominante, se questa non fosse solo un’approssimazione ma tutta la storia, se lo stato fosse un’espressione senza contraddizioni interne e totalizzante del potere della frazione dominante della classe dominante, allora non avrebbe alcun senso battersi per uno stato democratico, perché la democraticità dello stato sarebbe un’illusione. Qualche volta sembra Poulantzas dica quello, che tutto ciò che sembra democratico sia solo un’illusione per disorganizzare la classe operaia. In questo senso lo stato non sarebbe solo uno stato capitalistico, sarebbe uno stato puramente capitalistico. Bene, io non penso che questa sia una teoria dello stato soddisfacente. Penso che lo stato sia un assemblaggio ben più complicato e più contraddittorio. Penso che sia un ecosistema, uso questa metafora, che ha i suoi problemi ma che mi sembra funzioni meglio rispetto all’idea dello stato come un organismo, una totalità che esprime pienamente un interesse unificato. No, lo stato è un’incarnazione contraddittoria delle forze della società, e la componente democratica dello stato è un elemento profondamente contraddittorio all’interno dello stato stesso. Per questo penso che la lotta per rendere più profonda la democrazia nello stato sia sempre problematica, mai facile, ma quando ha successo intensifica questo carattere contraddittorio dello stato e crea aperture. Qualche volta avviene per temi regionali, articolando il conflitto tra locale e nazionale, qualche volta è una componente dello stato nazionale, due ministeri che non collaborano. Non possiamo schioccare le dita e trasformare lo stato in qualcosa di diverso. Se adottiamo la disperazione anarchica e decidiamo che quella nello stato è una battaglia senza speranza e va evitata, per limitarsi a costruire le alternative, credo che si produca solo marginalizzazione. Dall’altra parte c’è l’illusione della sinistra liberal di credere che lo stato sia uno strumento neutro: neanche quella funziona. Bisogna vivere le contraddizioni e muoversi al loro interno.

LORENZO ZAMPONI, MARTA FANA e DENISE CELENTANO